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Le chiese affrescate

Lungo le strade secondarie dell’Alto Livenza si possono scoprire pievi campestri, ricche di arte e di storia. Inoltrandosi nella campagna bagnata dal Livenza, fuori dal traffico automobilistico non è difficile incontrare capitelli, stele votive, cappelle campestri sparse ai crocicchi di strade strette e profonde come fossi. Testimonianza di un vivo afflato religioso, questi monumenti della devozione popolare racchiudono spesso una storia interessante e nascondono persino, sotto un intonaco ammuffito e scrostato, i colori di una pittura semplice e antica, ricca di fede e di senso artistico.

Proprio al confine tra le province di Pordenone e Treviso, in località Vistorta, in mezzo ad una campagna che il Meschio sfiora quasi a ribadire l’antico confine del feudo di Fossabiuba, si incontra una di queste stupende chiesette campestri, dedicata alla Madonna delle Grazie, qui venerata da almeno nove secoli. Sorta verso il Mille, in una località abitata e fortificata, rappresenta oggi l’unica vestigia di un feudo rigoglioso, distrutto nel corso della fase espansionistica dei da Camino di Serravalle, intorno al 1199. Secondo la tradizione, la chiesa aveva titolo di pieve ed era officiata da più sacerdoti. Distrutto il castello e le sue adiacenze, al margine delle nuove strade del commercio medievale, la chiesa sopravvisse in mezzo ai campi, in un silenzio profondo e religioso che ancor oggi l’attornia. Fu dapprima accudita dalle suore cistercensi tra il 1300 e il 1400, poi dai monaci agostiniani che la abbellirono aggiungendo sulle pareti, ai preesistenti, altri affreschi a partire dal 1600.

Le vicende napoleoniche la lasciarono del tutto priva di sacerdoti, sebbene sempre aperta alla pietà dei fedeli e sottoposta alla cura dei vari proprietari che si susseguirono sul fondo agricolo vicino. Le cronache sacilesi annotano ancora che nell’Ottocento fu fatto dono alla Madonna delle Grazie di Fossabiuba di un altare in legno dorato – di fattura settecentesca e proveniente da un dimesso altare cittadino – affinché la città fosse preservata dal colera. Meta di pellegrinaggi e di rogazioni, fulcro di una devozione che attingeva alla cultura e alle tradizioni religiose della civiltà contadina, la chiesetta di Fossabiuba era caduta, nei nostri ultimi decenni, in disuso e solo l’interesse della famiglia che la custodiva e di alcuni giovani del luogo ha evitato che si producessero danni irreparabili. Dopo il terremoto del 1976, sono stati eseguiti lavori di restauro, quali iniezioni di cemento sulle pareti e il completo rifacimento del tetto con posa in opera delle nuove capriate.

Un ulteriore finanziamento della Sovrintendenza di Trieste ha consentito il restauro degli affreschi, dell’altare di legno, del rifacimento del pavimento in cotto con l’apertura di una finestrella che guarda sul pavimento sottostante più antico; i fedeli, invece, hanno provveduto ai banchi, modellati secondo una tipologia adatta all’insieme dell’interno.

Una sosta alla Madonna delle Grazie di Fossabiuba è quasi d’obbligo: non è solo tra le chiese più antiche della zona, ma anche quella che conserva le pitture murali più interessanti del territorio sacilese. Queste immagini, realizzate nell’arco di tempo compreso tra la fine del Duecento e i primi del Seicento, hanno risentito moltissimo dell’umidità, dell’abbandono e degli strati di calce con cui sono stati a suo tempo coperti. Gli autori sono riconducibili ad un buon artigiano locale, anche se non mancano i segni di una mano che ci richiama a risonanze e visioni più artisticamente valide, ossia ad artisti che in occasioni diverse hanno operato in chiese e conventi della nostra come di altre cittadine venete. La particolarità e la bellezza di queste opere risiedono nel fatto che la Madonna appare rappresentata, per ben sei volte, nella sua iconografia più classica, con Bambino Gesù in braccio, facendo sembrare la chiesetta quasi come un piccolo santuario ricco di immensi ex voto.

Poco vicina a questa, c’è l’altra chiesetta di Vistorta, recentemente restaurata ad opera della famiglia Brandolini. Uno stemma in pietra della famiglia Vando rende testimonianza della sua antica appartenenza; ed è tutto ciò che di prezioso rimane di questa chiesetta, ridotta per molto tempo a magazzino.

Risalendo verso Sacile, sull’altra sponda del Meschio, ecco il Borgo di Topaligo, altro castello distrutto dal tempo e di cui rimane soltanto la chiesetta di San Daniele, anch’essa restaurata. All’interno sono ancora visibili alcuni affreschi del XV secolo, però di non grande fattura.

Sono invece di buona mano gli affreschi della chiesetta di San Giovanni di Livenza, quasi in riva al fiume, costruita intorno al Trecento e successivamente affrescata con temi inerenti la vita del Battista. Nella piccola sacrestia si conserva una croce astile, in argento sbalzato, un piccolo capolavoro di oreficeria sacra.

A Prata non si devono dimenticare le due famose chiese, quella di San Simeone con affreschi del Cinquecento e quella di San Giovanni; a Campomolino l’antico oratorio di Sant’Antonio, con la pala di San Rocco e San Sebastiano, opera di Francesco da Milano. E infine, sulla strada da Gaiarine a Godega, l’antica chiesetta di San Zaccaria sperduta tra i campi, risalente al Duecento, con un prezioso altare del Cinquecento. Tanti segni dunque di una religiosità viva e reale, manifestatasi con forme artistiche spesso di elevata fattura.

[Giuseppe Chiaradia - tratto da "Le Tre Venezie" del Maggio 1997]