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Una visita guidata - di Fabio Metz

Nel 1483, a nemmeno dieci anni da quando, ed era il 1474, il Consiglio aveva deciso di rifabbricare la chiesa grande cittadina, demolendone una precedente quanto meno ducentesca, Marin Sanudo annotava nel suo diario che "Saccil ha una bella chiesia, benissimo oficiada". Una valutazione che, detta da un veneziano, era un bel complimento. Tanto più che aveva perfettamente ragione. Basta ritornare oggi in S. Nicolò - fortunatamente conservatosi identico a quello che aveva potuto ammirare il Sanudo - per rilevarne, e senza fatica, tutta la bellezza. La quale bellezza non sta tanto nella solennità dell’impianto o nelle dimensioni decisamente ragguardevoli e nemmeno forse nella bontà dei particolari decorativi, quanto piuttosto nell’ariosità complessiva dell’interno e nella diffusa luminosità che tutto lo permea seppure in quantità minore rispetto a quella originaria, a causa della chiusura dei tre lunghi finestroni dell’abside poligonale.

In questo vasto respiro architettonico, il visitatore si riconosce accolto non appena varcata la soglia del portale custodito dalle ante bronzee iniziate nel 1972 da Pino Casarini e completate, per la scomparsa dell’ideatore, da Luciano Carnessali nel 1975. Ed immediatamente dopo, entrato nella navata centrale, il passo e l’occhio, accompagnati dalla cadenza di due colonnati laterali coronati in alto da preziosi capitelli fioriti come corolle, si dirigono verso la festa di colori che invade e quasi annulla le pareti del presbiterio per trabordare nella navata ai due lati dell’arcone trionfale. Notevole fatica ad affresco, questa cui Pino Casarini attese nel 1946 e che completò l’anno successivo con un "Sacro Cuore" dipinto nella cappella del Sacramento, situata al termine della navata di sinistra. È proprio nel "cammino verso", muovendo dalla porta maggiore verso l’altare, che sembra stia la chiave di lettura più vera di questo enorme ciclo di affreschi: più e prima del particolare o dell’individuazione delle singole tematiche, è la gloria del colore – "tanto", squillante, generoso nella pennellata - a "prendere occhio" o, meglio ancora, a "invadere", persino prepotentemente, l’occhio e il cuore. Fino quasi a spaventare. Probabilmente questo il Casarini doveva aver capito quando aveva pensato di "preparare" il riguardante all’impatto con la decorazione dell’abside con una "processione" delle evangeliche vergini sagge da distendere, a macchia e con colori tenui, lungo la parete di meridione della navata al di sopra degli archi ogivali del colonnato.

Ma poi l’occhio gira al di sotto delle due navate laterali. Ridotti di numero rispetto ad una rappresentanza quattro-cinquecentesca ben più folta, distribuiti con pausata cadenza, omologati, coppia a coppia nelle tipologie dall’intervento di riordino settecentesco, vi stanno otto altari minori, alcuni dei quali ancora conservano le pale originarie: frutto della committenza di natura confraternale. L’impatto visivo è estremamente delicato e perciò, senza dubbio, voluto. Sono infatti le strutturazioni architettoniche degli altari ridotte all’osso, mantenute su tonalità sfumate le cromie delle parti in pietra e marmo con le quali si amalgamano le gamme coloristiche delle pale, appaiati a coppia dirimpettaia i disegni delle mense e degli alzati.

La luminosità della navata, pur menomata da qualche monofora per l’erezione di questi altari, non soffre diminuizione, e si continua a distribuire, per successive "ondate", dalle ali laterali alla navata centrale al cui interno progressivamente si perde nella ritmata successione delle capriate del tetto.

Accolta da questo soffuso trapassar di luci sulla parete della navatella laterale di sinistra, appena al di là della modesta epigrafina dipinta che porta a documentare la sepoltura, avvenuta nel 1587, in questa chiesa del grande polifonista veronese Vincenzo Ruffo, sta il dipinto di Francesco Bassano, fino agli inizi del secolo scorso sull’altar maggiore: un S. Nicolò in cattedra sotto una gloria in cui compare la Vergine con il Bambino e fanno compagnia i Ss. Giovanni Battista, Antonio abate, Michele arcangelo e Giorgio martire. Opera splendida condotta a termine nel 1589, o al massimo agli inizi del 1590, oggi purtroppo fatta scendere dalla sua antica collocazione al centro del presbiterio e privata della incorniciatura lignea intagliata e dorata - sorta di castone posto a custodia di preziosa gemma - che, prima di accrescerne la maestà in termini decorativi, contribuiva a definirne il ruolo di icona del santo eponimo e del protettore cittadino collocato in una sorta di "paradiso" luminescente transterreno. Un ruolo che, in tempi non lontani, è stato affidato ad un crocifisso tardocinquecentesco di delicata fattura e d’accurato intaglio (Vincenzo de Onestis?), ma che non può essere chiamato a sostituire il titolare della chiesa grande della città in cui, nel Cinquecento, alla funzione di "templum Dei" era affiancata pressoché indissolubilmente la funzione di "ornamentum civitatis".

[Tratto da "Le Tre Venezie" del Maggio 1997]